SOLTeorie della pratica · strumento di studio

Capitolo 1 · pp. 25–57

Definire e studiare la pratica

Everything is practice. — Pelé

Abstract

Il capitolo ricostruisce la nascita della "svolta prasseologica" nella teoria culturale contemporanea, seguendo il passaggio della nozione di pratica da oggetto empirico a categoria analitica attraverso i contributi di Ortner, Turner, Pickering, Gherardi e, soprattutto, Schatzki.

In sintesi

Il capitolo racconta come, a partire dagli anni Ottanta, un piccolo gruppo di pionieri proponga di guardare ai fenomeni sociali dal punto di vista della "pratica sociale", trasformando progressivamente questa nozione da semplice oggetto di descrizione empirica a vera e propria categoria analitica capace di connettere modelli teorici e ricerca empirica. Il punto d'avvio è l'articolo di Sherry Ortner (1984), che riconduce sotto l'etichetta comune di "approccio basato sulla pratica" autori diversi, avvertendo però che non si tratta né di una teoria né di un metodo, ma di un "termine-simbolo". Da qui l'immagine del mosaico e della fotografia che si sviluppa lentamente: non esiste, e forse non deve esistere, una "teoria della pratica" unitaria.

Ortner individua due tratti della nuova posizione centrata sulla pratica (il rifiuto del normativismo durkheimiano-parsonsiano dell'homo sociologicus e il rifiuto dell'homo oeconomicus della scelta razionale) e tre questioni-chiave ancora aperte: la definizione di pratica (le acting-units e la loro organizzazione temporale), la persistenza e trasformazione delle pratiche (la teoria del potere, tra modello egemonico marxista e modello di Sahlins), e la questione metodologico-epistemologica del rischio di autoreferenzialità di un approccio mono-livello. Stephen Turner (1994) approfondisce questi temi introducendo il problema della sameness: l'identità condivisa che renderebbe "sociale" una pratica non è localizzabile né nelle shared presuppositions cognitive né nell'embodied knowledge corporeo, restando un "oggetto collettivo nascosto", un'"invenzione accademica". Turner ripiega così sull'habit individuale, ma proprio questa aporia apre la pista della svolta: il problema della location of sameness.

Gli approcci empirici nati dalla sociologia della scienza e degli studi organizzativi cercano una via d'uscita al problema della sameness diversa sia dalla soluzione rituale durkheimiana sia da quella neuro-cognitivista individualista. Andrew Pickering studia la vita di laboratorio a partire dal "groviglio della pratica" (mangle), distinguendo le "pratiche" (performance regolari e ripetibili, al plurale) dalla "pratica" (il lavoro in tempo reale di produzione culturale, al singolare); centrale è la dimensione materiale, la "danza dell'agency" come dialettica di resistenza e accomodamento, e il passaggio da un idioma rappresentazionale a uno performativo. Silvia Gherardi, partendo dall'apprendimento organizzativo, riorienta il problema della sameness verso il practicing e il flow of practicing, insistendo sulla pratica come lente epistemologica e metafora visiva, non come entità ontologica. Da questi contributi nasce il "carrozzone" degli studi sulla pratica, con tre assi comuni: dimensione materiale, dimensione temporale/cambiamento, e definizione epistemologica (vs ontologica).

Il cuore del capitolo è la proposta di Theodore Schatzki, sintetizzabile in tre punti: una ontologia sociale piatta (flat ontology) centrata sul "sito" composto da fasci di pratiche; l'irriducibilità della dimensione procedurale e tacita rispetto a quella discorsiva; e l'elenco degli elementi costitutivi della pratica. Riprendendo la "forma di vita" e i giochi linguistici di Wittgenstein (non il rituale di Durkheim), Schatzki affronta il paradosso del "seguire le regole" (regresso all'infinito, il "paradosso di Kripkenstein") allargando la nozione di gioco linguistico oltre il piano proposizionale: l'accordo sul seguire la regola è "pratico", situato e indeterminato. Le pratiche sono assemblaggi ordinati di elementi visibili (regole) e invisibili (comprensioni pratiche, strutture teleo-affettive, comprensioni generali) che tengono insieme catene di azioni (nessi di doings and sayings), combinate con configurazioni materiali in fasci (bundles) e costellazioni che generano i fenomeni di larga scala.

Schatzki affronta infine due corollari-sfida: i fenomeni macro (Stato, mercato), spiegati come effetto aggregato di costellazioni di fasci che variano per densità ed estensione (il plenum delle pratiche); e la dimensione soggettiva dei "praticanti", risolta considerandoli portatori (carriers) delle proprietà ordinate della pratica ("niente persone, niente pratiche" ma anche "niente pratiche, niente persone"). Pratiche e persone sono due distinti principi organizzativi dell'azione. Il capitolo si chiude segnalando i limiti di questo impianto: l'eccessiva dipendenza da basi filosofiche wittgensteiniane e pragmatiste (e dall'Actor-Network Theory), la difficoltà di operazionalizzare termini come "costellazioni" o "orchestrazioni", la mancata considerazione della distribuzione asimmetrica delle risorse e del potere, e il rischio di autoreferenzialità già denunciato da Ortner e Turner. Il capitolo prepara così il ritorno ai classici (Durkheim, Wittgenstein, le biografie) nei capitoli successivi.

Struttura

1.1 Un approccio basato sulla pratica

  • Con l'articolo del 1984 Sherry Ortner riconduce autori diversi sotto l'"approccio basato sulla pratica", precisando che la pratica non è né una teoria né un metodo, ma un "termine-simbolo".
  • Introduce il dilemma del mosaico e la metafora della fotografia: l'immagine teorica emerge lentamente e si compie solo a posteriori; non serve una teoria unitaria della pratica.
  • Individua due tratti (rifiuto dell'homo sociologicus normativista e dell'homo oeconomicus della scelta razionale) e l'ambizione di superare la dicotomia agency/struttura in un unico framework.
  • Pone tre questioni ancora centrali: cos'è una pratica (acting-units e organizzazione temporale), cosa la trasforma (teoria del potere: modello egemonico marxista vs Sahlins) e il problema metodologico-epistemologico dell'autoreferenzialità.

1.2 Il problema della sameness

  • Stephen Turner (1994) sposta al centro il problema della sameness: l'"identità condivisa" tacita che renderebbe una pratica "sociale".
  • Distingue due ipotesi sulla condivisione, entrambe aporetiche: cognitiva (shared presuppositions) e procedurale/incorporata (embodied knowledge).
  • Conclude che la sameness è un "oggetto collettivo nascosto", una "prodezza di inferenza" e un'"invenzione accademica"; meglio tornare all'habit individuale.
  • L'autore del libro critica l'attribuzione a Durkheim di un collettivismo ontologico ("l'incubo di Durkheim"): per Durkheim i fatti sociali sono una categoria metodologica, non ontologica. L'aporia apre comunque il problema della location of sameness.

1.3 Grovigli e lenti: i primi approcci empirici

  • Nati da problemi empirici (scienza, organizzazioni) più che teorici, questi approcci si rifanno al pragmatismo e all'Actor-Network Theory di Latour.
  • Andrew Pickering studia la vita di laboratorio col "groviglio" (mangle): distingue "pratiche" (performance regolari) da "pratica" (produzione culturale in tempo reale); centrali la dimensione materiale, la "danza dell'agency" e l'idioma performativo contro quello rappresentazionale.
  • Silvia Gherardi, dall'apprendimento organizzativo, propone una "teorizzazione basata sulla pratica": il sapere condiviso come practicing e flow of practicing; la pratica al singolare è lente e metafora visiva, epistemologica e non ontologica.
  • Dai due filoni nasce il "carrozzone" degli studi sulla pratica (Corradi et al., 2010), con tre assi comuni: dimensione materiale, dimensione temporale/cambiamento, definizione epistemologica vs ontologica.

1.4 La versione di Schatzki

  • Schatzki vuole localizzare il sociale nella pratica, né nell'individuo né nelle strutture, tramite tre mosse: ontologia piatta (flat ontology) sui "siti", irriducibilità del tacito al discorsivo, ed elenco degli elementi costitutivi.
  • Riprende la "forma di vita" e i giochi linguistici di Wittgenstein (non il rituale di Durkheim) e risolve il paradosso del "seguire le regole" (Kripkenstein) allargando il gioco oltre il piano proposizionale: l'accordo è "pratico", situato.
  • Le pratiche sono assemblaggi di elementi visibili e invisibili: comprensioni pratiche, regole, strutture teleo-affettive, comprensioni generali, che tengono insieme catene di azioni (nessi di doings and sayings) e configurazioni materiali in fasci e costellazioni.
  • I corollari (fenomeni macro come costellazioni per densità ed estensione nel plenum; praticanti come carriers/Träger) restano sfide aperte; limiti: opacità operativa, dipendenza filosofica, assenza dei differenziali di potere, rischio di autoreferenzialità.

1.5 Conclusioni

  • Da Ortner a Turner a Schatzki si è costruito un vocabolario concettuale intorno al termine-simbolo di pratica, candidato a diventare categoria analitica capace di interpretare tutti i fenomeni sociali.
  • Le due immagini-guida sono il "carrozzone" (genesi interna eterogenea) e il "mosaico" (contenuti comuni).
  • L'approccio è però troppo legato a basi filosofiche wittgensteiniane, pragmatiste e all'Actor-Network Theory, con termini difficili da operazionalizzare.
  • Restano irrisolte le questioni sociologiche dei differenziali di potere e della persistenza dell'ordine sociale, da cui la necessità di rileggere i classici nei capitoli successivi.

Punti chiave

  • La "svolta prasseologica" trasforma la pratica da oggetto empirico a categoria analitica per leggere i fenomeni sociali.
  • Ortner (1984) definisce la pratica un "termine-simbolo": non una teoria né un metodo, ma un orientamento comune; da qui il dilemma del mosaico.
  • L'approccio centrato sulla pratica nasce contro l'homo sociologicus normativista e contro l'homo oeconomicus della scelta razionale, per superare la dicotomia agency/struttura.
  • Ortner pone tre questioni durature: definizione della pratica, sua persistenza/trasformazione (teoria del potere) e nodo metodologico-epistemologico dell'autoreferenzialità.
  • Turner (1994) formula il problema della sameness: l'identità condivisa tacita non è localizzabile, né cognitivamente né corporalmente, e rischia di essere un'"invenzione accademica".
  • Il problema centrale del campo diventa la "location of sameness": dove collocare il socialmente condiviso.
  • Pickering distingue "pratiche" (performance ripetibili) da "pratica" (produzione culturale in tempo reale) e introduce mangle, danza dell'agency e idioma performativo.
  • Gherardi insiste sul practicing/flow of practicing e sulla pratica come lente epistemologica, non come entità ontologica.
  • I contributi empirici aggiungono come assi comuni la dimensione materiale (umano/non umano) e quella temporale del cambiamento (il "carrozzone").
  • Schatzki propone una flat ontology centrata sui "siti" e sui fasci (bundles) di pratiche e configurazioni materiali, sullo stesso piano.
  • Schatzki definisce quattro elementi organizzativi della pratica: comprensioni pratiche, regole, strutture teleo-affettive e comprensioni generali, che tengono insieme catene di doings and sayings.
  • I praticanti sono portatori (carriers/Träger) della pratica ("niente persone, niente pratiche" e viceversa); restano aperti i nodi del potere, dell'operazionalizzazione e dell'autoreferenzialità.

Glossario del capitolo

Pratica (sociale)

Categoria analitica e oggetto di studio della svolta prasseologica: insieme organizzato e riconoscibile di catene di azioni (doings and sayings), diffuse nello spazio e nel tempo, tenute insieme da elementi condivisi visibili e invisibili.

Termine-simbolo

Espressione di Ortner: "pratica" non è una teoria né un metodo, ma un simbolo che raccoglie un lessico disperso (praxis, azione, interazione, attività, esperienza, performance) e un orientamento comune di ricerche diverse.

Dilemma del mosaico

Idea, evocata da Ortner con la metafora della fotografia, secondo cui non esiste (e forse non deve esistere) una teoria unitaria della pratica, ma un'immagine d'insieme che emerge lentamente da contributi eterogenei.

Sameness

L'"identità condivisa" tacita che renderebbe una pratica "sociale"; per Turner è problematica perché non è osservabile né localizzabile empiricamente, da cui il problema della sua localizzazione (location of sameness).

Habit

Concetto di abitudine individuale a cui Turner ripiega quando giudica insolubile la sameness: una continuità di comportamenti osservabile nel singolo, senza postulare un'entità condivisa tra più soggetti.

Mangle / groviglio della pratica

In Pickering, l'intreccio in tempo reale di performance umane ed elementi materiali; la pratica come effetto emergente di una "dialettica di resistenza e accomodamento" (danza dell'agency).

Practicing / flow of practicing

In Gherardi, il sapere e l'ordine sociale come esito dei molteplici modi di fare situati e in continuo divenire; ciò che si osserva non è una "pratica" come entità, ma un flusso di esecuzioni situate.

Flat ontology (ontologia piatta)

Proposta di Schatzki: un unico livello del sociale (il "sito") in cui coesistono fasci di pratiche e configurazioni materiali, senza ricorrere a livelli individuali o istituzionali.

Comprensioni pratiche / strutture teleo-affettive / comprensioni generali / regole

I quattro elementi costitutivi della pratica in Schatzki: la dimensione procedurale tacita; l'intreccio di emozioni e motivazioni; valori e saperi condivisi del contesto; e le regole esplicite formulate su testi.

Fasci (bundles) e configurazioni materiali

Le pratiche si manifestano come bundles di nessi di doings and sayings combinati con material arrangements (oggetti, ambienti, strumenti) che insieme costituiscono i siti sociali.

Costellazioni / plenum delle pratiche

Sezioni di intrecci di fasci di pratiche e materiali responsabili dei fenomeni di larga scala; lo spazio sociale come plenum (trama complessiva) di ciò che si manifesta come pratica, variabile per densità ed estensione.

Carrier / Träger (portatore)

Il praticante come portatore delle proprietà ordinate e condivise della pratica: partecipando, è chiamato a "portare avanti" la struttura organizzativa della pratica ("niente persone, niente pratiche" e viceversa).

Flashcard

12 domande su questo capitolo. Tocca la carta per girarla.

1 / 12
Domanda

Con quale articolo e autrice viene fatta iniziare la riflessione esplicita sulla "pratica sociale"?

Risposta

Con l'articolo di Sherry Ortner del 1984, che riconduce autori diversi sotto l'"approccio basato sulla pratica".

Scorciatoie: spazio = gira · ← / → = naviga

Collegamenti nel volume

  • Stabilisce la tesi di fondo del libro: localizzare il "sociale" nella pratica anziché nell'individuo (homo oeconomicus, abitudine) o nelle strutture (homo sociologicus, istituzioni).
  • Le tre questioni di Ortner e il problema della sameness fanno da filo conduttore all'intero volume e vengono ripresi sistematicamente (la sinossi del dibattito è anticipata al capitolo 5, tab. 5.1).
  • Il rifiuto della soluzione rituale durkheimiana a favore del pragmatismo e di Wittgenstein viene approfondito nel capitolo 2 (forme elementari della vita pratica) e nel capitolo 3 (rilettura di Wittgenstein su base prasseologica).
  • La questione dei praticanti come Träger/carriers e della differenziazione biografica e del potere viene rinviata al capitolo 4 (figura del Träger, prasseologia di Bourdieu) e ripresa dai classici Marx e Weber nel capitolo 2.
  • Il vocabolario di Schatzki (fasci, costellazioni, flat ontology) costituisce la base condivisa su cui il libro costruisce la propria proposta, di cui segnala però i limiti di operazionalizzazione empirica.
  • L'aggiornamento complessivo del "mosaico"/"carrozzone" degli studi sulla pratica è demandato al capitolo 5.

Autori e correnti

Sherry OrtnerStephen TurnerAndrew PickeringSilvia GherardiTheodore SchatzkiLudwig WittgensteinÉmile DurkheimMarshall SahlinsKarl MarxMax WeberBruno Latour (Actor-Network Theory)Michael LynchOmar LizardoAnthony GiddensPierre Bourdieu