SOLTeorie della pratica · strumento di studio

Capitolo 2 · pp. 59–86

Le forme elementari della vita pratica

Non confondere il movimento con l'azione. — Ernest Hemingway

Abstract

Il capitolo propone una genealogia durkheimiana della pratica sociale, rileggendo "tra le righe" i classici della teoria sociale (Marx, Weber, Durkheim) per verificare se e in che misura possano fungere da precursori di un pensiero centrato sulla pratica. Distinguendo progressivamente la "pratica sociale" dalla praxis marxiana, dall'"azione sociale" weberiana e dall'"esperienza vissuta" pragmatista, l'autore mostra come la "soluzione durkheimiana" – frettolosamente abbandonata dai pionieri della svolta (Ortner, Turner, Schatzki) – offra in realtà l'ancoraggio sociologico più solido per risolvere il problema della sameness e fondare una teoria duale della pratica.

In sintesi

Il capitolo apre denunciando un equivoco di fondo: i pionieri della svolta prasseologica (Ortner 1984, Turner 1994, Schatzki 1996) hanno definito la propria discontinuità abbandonando la "soluzione rituale" durkheimiana e l'individualismo metodologico weberiano dell'azione sociale, salvo poi smettere di confrontarsi direttamente con i classici, trattandoli come riferimenti consolidati da cui prendere le distanze. L'obiettivo dichiarato di Domaneschi è invece un "controllo critico" dei testi di Marx, Weber e Durkheim, per appurare se possano essere considerati precursori di un pensiero centrato sulla pratica. La strategia è quella di chiarire progressivamente il concetto di "pratica sociale" distinguendolo da concetti affini: la praxis marxiana ed engelsiana, l'azione sociale di Schutz, e il rituale di Durkheim in contrasto con l'esperienza vissuta del pragmatismo. La posta in gioco è ancorare la pratica a un impianto sociologico solido, basato su fonti verificabili, che non dipenda esclusivamente da presupposti filosofici (wittgensteiniani o pragmatisti) che tendono a complicare più che a chiarire l'analisi empirica.

La prima tappa è Marx, "spettro" che si aggira per le teorie della pratica e candidato apparentemente perfetto a sostenere sociologicamente le indagini prasseologiche grazie alla sua difesa della praxis sensuale e materiale (Tesi su Feuerbach). L'autore smonta però due luoghi comuni. Primo: Marx non ha mai offerto una definizione di "pratica" come oggetto di analisi – il termine compare solo negli scritti giovanili e poi scompare – e le espressioni "attività umana sensuale" e "materiale" restano nebulose, accentuazioni del solo momento produttivo del lavoro salariato, non l'anticipazione di una concezione incorporata e affordance-based della vita quotidiana. Secondo: l'undicesima tesi non capovolge davvero il rapporto teoria/prassi in senso pragmatista; Marx ed Engels non rifiutano l'attività teoretica ma la speculazione, e intendono la praxis come lotta rivoluzionaria di classe, mantenendo il lavoro intellettuale ben separato da quello operativo (qui pesa anche la vicenda editoriale: la tesi fu pubblicata postuma da Engels con una correzione che ne altera il dettato).

Nonostante ciò, due passaggi marxiani restano riferimenti preziosi. Il primo riguarda la definizione dell'attività lavorativa: rompendo con Adam Smith, Marx descrive il lavoro come processo storico e oggettivo di trasformazione di materie prime in prodotto attraverso mezzi di produzione (in primis il corpo del lavoratore), spostando l'attenzione dall'individuo che sceglie tra fini alternativi ("struttura dell'azione sociale") all'organizzazione sociale delle risorse secondo una distribuzione asimmetrica ("struttura della pratica sociale"). Soggetto e contesto diventano così entrambi risultati di un medesimo processo oggettivo, e la pratica lavorativa appare a un tempo luogo di trasformazione materiale e di riproduzione di un ordine asimmetrico. Il secondo passaggio riguarda la nozione di Träger, introdotta da Marx nella prefazione al Capitale: capitalista e proprietario terriero sono trattati come "personificazione di categorie economiche", in un'accezione anti-individualistica e anti-umanistica poi ripresa via Althusser dagli approcci prasseologici (l'idea che una pratica "interpelli" e "recluti" i suoi portatori).

Il capitolo approfondisce la ricchezza semantica del termine tedesco Träger, che il verbo tragen carica dei significati di supportare, portare, sostenere e indossare. Si distinguono due accezioni: il Träger come entità distinguibile dal contenuto che trasporta (il "portatore" di un titolo, l'inglese carrier), e il Träger come ingrediente coestensivo a ciò che porta (la trave o colonna portante, senza la quale la struttura non esisterebbe). Weber, in continuità esplicita con Marx, riformula e potenzia questa figura: nelle pagine sui profeti elabora una tassonomia di "portatori di significato" che recano non solo risorse economiche ma anche risorse simboliche, ossia una visione del mondo (Weltbild). I profeti, portatori di salvezza dotati di carisma auto-costitutivo, portano rottura e innovazione; i sacerdoti, portatori di ordini istituzionali, conservano e riproducono l'ordine tradizionale. Si ottiene così una tassonomia dei Träger "sacerdotali" e "profetici" che misura i gradi di detenzione del monopolio legittimo della partecipazione alla pratica e apre all'analisi del cambiamento culturale e della differenziazione delle risorse simboliche tra i partecipanti.

Il cuore teorico del capitolo è la riabilitazione della "soluzione durkheimiana". L'abbandono di Durkheim da parte dei pionieri nasce da una vulgata parsonsiana e strutturalfunzionalista che riduce la sua opera a una teoria delle rappresentazioni collettive, capovolgendone il principio immanentista (Lemieux, Karsenti): per Durkheim la forza sociale non è un principio trascendente autonomo, bensì è immanente all'agire, generata dall'interno delle attività corporee e linguistiche pubbliche, e proprio per questo capace di esercitare coercizione. Dalle pagine sulla genesi delle rappresentazioni collettive, l'autore estrae tre "premesse prasseologiche": (1) gli individui si "mettono e sentono d'accordo" solo lanciando lo stesso grido, pronunciando la stessa parola, eseguendo lo stesso gesto verso uno stesso oggetto materiale – movimenti (procedurale) e suoni (proposizionale); (2) gli stati interiori diventano comuni solo esteriorizzandosi in movimenti omogenei e osservabili, generando una sameness oggettiva e coercitiva; (3) tali rappresentazioni non sussistono autonomamente ma devono essere costantemente riattivate e rievocate nella performance. Su queste premesse si innesta una teoria duale della pratica: Rawls privilegia la terza premessa (l'"ordine costitutivo", la performance attivante in tempo reale), Karsenti la seconda (l'"ordine istituzionale", l'esteriorizzazione come idealizzazione oggettiva), e l'insegnamento durkheimiano invita a tenerle entrambe in un unico quadro analitico. Così la pratica sociale risolve il problema della sameness senza ricorrere a fenomenologia o pragmatismo, e il capitolo prepara il terreno per i prossimi due, dedicati a Bourdieu e Garfinkel come "prasseologie durkheimiane".

Struttura

Introduzione: un controllo critico dei classici

  • Ortner, Turner e Schatzki posizionano la svolta prasseologica abbandonando la soluzione rituale durkheimiana e l'individualismo metodologico weberiano dell'azione sociale.
  • Dopo le prime intuizioni, la letteratura prasseologica smette di confrontarsi con i tre classici, trattandoli come riferimenti consolidati da cui prendere le distanze.
  • L'autore propone un "controllo critico" dei testi di Marx, Weber e Durkheim per verificare se siano potenziali precursori di un pensiero centrato sulla pratica.
  • Strategia per chiarificazioni successive: distinguere la "pratica sociale" dalla praxis marxiana, dall'azione sociale di Schutz e dal rituale durkheimiano (vs esperienza vissuta pragmatista).
  • Obiettivo: ancorare la pratica a un impianto sociologico solido e a fonti verificabili, non dipendente da presupposti puramente filosofici.

2.1 Con Marx, contro Marx: dall'azione sociale alla pratica sociale

  • Marx è lo "spettro" evocato a sostegno delle indagini prasseologiche grazie alla difesa della praxis sensuale, materiale e rivoluzionaria delle Tesi su Feuerbach.
  • Prima obiezione: Marx non definisce mai la "pratica" come oggetto di analisi (il termine compare solo nei giovanili); "sensualità" e "materialità" sono accentuazioni del solo lavoro produttivo salariato.
  • Seconda obiezione: l'undicesima tesi non capovolge il rapporto teoria/prassi in senso pragmatista – Marx rifiuta la speculazione, non la teoria, e intende la praxis come lotta di classe rivoluzionaria (rilievo anche della vicenda editoriale engelsiana).
  • Primo lascito utile: la definizione di lavoro come processo oggettivo e storico di trasformazione, che sposta l'analisi dalla "struttura dell'azione sociale" alla "struttura della pratica sociale" (distribuzione asimmetrica delle risorse).
  • Secondo lascito: la nozione di Träger introdotta nella prefazione al Capitale (capitalista come "personificazione di categorie economiche"), in accezione anti-individualistica e anti-umanistica.

2.2 La pratica e i suoi Träger: il monopolio legittimo della pratica

  • Il verbo tedesco tragen carica il Träger dei significati di supportare, portare, sostenere e indossare; se ne ricavano due accezioni del sostantivo.
  • Prima accezione: il Träger come entità distinguibile dal contenuto trasportato (il portatore di un titolo, l'inglese carrier); seconda accezione: il Träger come ingrediente coestensivo, supporto costitutivo (la colonna portante).
  • Weber, in continuità con Marx, distingue per differenza l'azione sociale (Soziales Handeln) – senso soggettivamente inteso e centralità del soggetto – dalla pratica, che spiega la sameness come prodotto pubblico e osservabile di movimenti e linguaggio.
  • Weber elabora una tassonomia di "portatori di significato" che recano risorse non solo economiche ma simboliche (Weltbild): i profeti come portatori carismatici di salvezza (rottura e innovazione), i sacerdoti come portatori di ordini istituzionali (conservazione).
  • Si ottiene una tassonomia dei Träger "sacerdotali" (riproduzione di ordini dati) e "profetici" (costituzione di nuovi ordini) che misura il monopolio legittimo della partecipazione alla pratica e apre all'analisi del cambiamento culturale.

2.3 La soluzione durkheimiana e le forme elementari della vita pratica

  • L'abbandono di Durkheim deriva da una vulgata parsonsiana-strutturalfunzionalista che lo riduce a teoria delle rappresentazioni collettive, capovolgendone il principio immanentista (Lemieux, Karsenti).
  • Per Durkheim la forza sociale è immanente all'agire: opera come esterna e coercitiva ma è generata dall'interno delle attività corporee e linguistiche pubbliche e osservabili.
  • Dalle pagine sulla genesi delle rappresentazioni collettive si estraggono tre "premesse prasseologiche": l'accordo nasce da stessi movimenti/suoni verso un oggetto comune; gli stati interiori diventano comuni solo esteriorizzandosi; le rappresentazioni vanno costantemente riattivate.
  • La sameness è risolta non con il connessionismo pragmatista del "flusso dell'esperienza" (James, Dewey, Peirce) ma con il "sociocentrismo" durkheimiano: "la classificazione delle cose riproduce la classificazione degli uomini" (Durkheim e Mauss).
  • Le prime categorie logiche sono categorie sociali e di origine "extralogica": è proprio questo sociocentrismo che i pionieri hanno frettolosamente abbandonato.

2.3.1 Verso una teoria duale della pratica

  • Rawls (2001, 2009) e Karsenti (2006, 2012) rileggono Durkheim vis-à-vis il pragmatismo per costruire un'epistemologia socio-empirica fondata sulle "attività collettive ritualizzate".
  • Anne Rawls privilegia la terza premessa: le rappresentazioni sono causate dalla messa in atto collettiva della pratica e non hanno stabilità autonoma se non riattivate in performance in tempo reale – è l'"ordine costitutivo".
  • Bruno Karsenti privilegia la seconda premessa: il momento dell'esteriorizzazione come produzione di un'oggettività normativa e idealizzazione collettiva – è l'"ordine istituzionale".
  • Le due letture ritrovano l'indicazione marxiana di una pratica duale: insieme dimensione performativa/trasformativa e dimensione regolatrice/riproduttiva.
  • Il quadro durkheimiano risponde a due domande di Ortner: definisce sociologicamente la pratica risolvendo la sameness, e spiega il mutamento come trasformazione dell'organizzazione rituale di movimenti e suoni (dalla secolarizzazione alle revisioni dei sistemi di classificazione).

2.4 Conclusioni

  • Per chiarificazioni progressive l'autore ha distinto la pratica sociale dalla praxis marxiana e dall'azione sociale weberiana/fenomenologica, approfondendo l'ambivalenza costitutiva e istituzionale del Träger.
  • Dal confronto con la soluzione durkheimiana e con il pragmatismo derivano tre premesse che permettono di considerare la pratica come forma rituale ancorata a una morfologia sociale, capace di dare conto della differenziazione.
  • La categoria di "pratica sociale" combina componente procedurale/performativa e componente discorsiva, entrambe generate da un momento pubblico e osservabile, luogo privilegiato dell'intelligibilità sociale.
  • Non va né esaltata come discontinuità radicale (Reckwitz, Shove) né ridotta a mero ampliamento dell'agire weberiano (Bongaerts): la prasseologia è uno spazio che re-indirizza la teoria sociale sulla cultura.
  • Compito di un programma di ricerca prasseologico è testare l'intuizione durkheimiana oltre i contesti "primitivi" e religiosi, indagando le forme elementari della vita pratica su basi quotidiane e secolarizzate (rinvio a Bourdieu e Garfinkel).

Punti chiave

  • I pionieri della svolta (Ortner, Turner, Schatzki) hanno fondato la propria discontinuità abbandonando il rituale durkheimiano e l'individualismo metodologico weberiano, senza poi verificarne davvero i presupposti.
  • Marx non offre un sostegno diretto: non definisce mai la "pratica" come oggetto e usa "sensualità" e "materialità" solo come accentuazioni del lavoro produttivo nei giovanili.
  • L'undicesima tesi su Feuerbach non anticipa un'epistemologia pragmatista: Marx rifiuta la speculazione, non la teoria, e intende la praxis come lotta di classe rivoluzionaria.
  • Il lascito utile di Marx è duplice: la definizione di lavoro come processo oggettivo (struttura della pratica sociale vs struttura dell'azione sociale) e la nozione di Träger.
  • La distribuzione asimmetrica delle risorse è il punto in cui Marx fa passare l'analisi dal soggetto che sceglie all'organizzazione sociale oggettiva che costituisce soggetto e contesto.
  • Il termine Träger ha due accezioni: portatore/veicolo distinguibile dal contenuto (carrier) e supporto costitutivo coestensivo (colonna portante).
  • Weber estende il Träger dalle risorse economiche a quelle simboliche (Weltbild), distinguendo profeti carismatici (rottura) e sacerdoti (riproduzione dell'ordine).
  • La tassonomia weberiana dei Träger "profetici" e "sacerdotali" misura il monopolio legittimo della partecipazione alla pratica e apre all'analisi del cambiamento culturale.
  • L'abbandono di Durkheim nasce da una vulgata parsonsiana che lo riduce a teoria delle rappresentazioni collettive, tradendone il principio immanentista (Lemieux, Karsenti).
  • Dalle pagine durkheimiane si ricavano tre "premesse prasseologiche": accordo su movimenti/suoni verso un oggetto, esteriorizzazione, costante riattivazione performativa.
  • Il "sociocentrismo" durkheimiano ("la classificazione delle cose riproduce la classificazione degli uomini") risolve la sameness senza ricorrere a fenomenologia o pragmatismo.
  • La teoria duale della pratica unisce la lettura di Rawls (ordine costitutivo, performance) e quella di Karsenti (ordine istituzionale, idealizzazione), riprendendo l'intuizione marxiana di pratica come trasformazione e riproduzione insieme.

Glossario del capitolo

Pratica sociale (definizione durkheimiana)

Continua riattivazione performativa di un particolare insieme di movimenti e suoni riferiti a determinati oggetti materiali, capaci di generare sentimenti ed emozioni condivise e quindi credenze riconoscibili e coercitive entro una cerchia di riconoscimento.

Praxis (marxiana)

Attività sensuale, materiale e rivoluzionaria evocata da Marx nelle Tesi su Feuerbach; per l'autore va intesa come lotta di classe e campo empirico di applicazione di una attività teorica, non come anticipazione di un'epistemologia prasseologica.

Träger

Termine tedesco (dal verbo tragen: supportare, portare, sostenere, indossare) per il "portatore" della pratica; ha una doppia accezione, come entità distinguibile dal contenuto (carrier) e come supporto costitutivo coestensivo (colonna portante).

Träger sacerdotali / profetici

Tassonomia weberiana: i sacerdoti portano e riproducono ordini istituzionali pre-esistenti, i profeti – grazie al carisma auto-costitutivo – portano rottura, innovazione e nuove visioni del mondo, costituendo nuovi ordini.

Struttura dell'azione sociale vs struttura della pratica sociale

Distinzione (Therborn su Marx): la prima analizza l'individuo che sceglie tra fini secondo valori; la seconda analizza il processo oggettivo che organizza socialmente risorse e soggetti secondo una distribuzione asimmetrica.

Distribuzione asimmetrica delle risorse

Principio organizzativo oggettivo dello scambio capitale/lavoro in Marx; consente di considerare soggetto e contesto come risultati di un medesimo processo dell'agire e introduce nella pratica la questione del potere.

Weltbild

"Visione del mondo" weberiana, risorsa simbolica che i Träger (profeti) sono in grado di "portare", legittimare e diffondere come condotta di vita (Lebensführung) condivisa, in opposizione a visioni alternative.

Principio immanentista

Cifra dell'opera di Durkheim secondo Lemieux e Karsenti: la forza sociale non è un principio trascendente autonomo ma è immanente all'agire, generata dall'interno delle attività corporee e linguistiche pubbliche e per ciò coercitiva.

Tre premesse prasseologiche

Estratte da Durkheim: (1) l'accordo nasce da stessi movimenti e suoni verso uno stesso oggetto; (2) gli stati interiori diventano comuni solo esteriorizzandosi in movimenti omogenei e osservabili; (3) le rappresentazioni vanno costantemente riattivate e rievocate.

Sociocentrismo

Soluzione durkheimiana (Lemieux) al problema della sameness: l'origine delle credenze collettive è ancorata a una morfologia sociale storicamente determinata – "la classificazione delle cose riproduce la classificazione degli uomini"; le prime categorie logiche sono di origine extralogica.

Ordine costitutivo vs ordine istituzionale

Le due letture della teoria durkheimiana (terminologia di Rawls): l'ordine costitutivo (Rawls) accentua la terza premessa, la performance che riattiva in tempo reale; l'ordine istituzionale (Karsenti) accentua la seconda, l'esteriorizzazione come idealizzazione oggettiva.

Teoria duale della pratica

Quadro che tiene insieme, in un unico modello analitico, la dimensione performativa e trasformativa (riattivazione) e quella regolatrice e riproduttiva (idealizzazione/istituzione) della pratica, riprendendo l'intuizione marxiana e il confronto Rawls–Karsenti.

Flashcard

12 domande su questo capitolo. Tocca la carta per girarla.

1 / 12
Domanda

Qual è la tesi-guida del capitolo rispetto ai classici della sociologia?

Risposta

Che Marx, Weber e soprattutto Durkheim, frettolosamente abbandonati dai pionieri della svolta, offrono in realtà l'ancoraggio sociologico più solido per una teoria della pratica.

Scorciatoie: spazio = gira · ← / → = naviga

Collegamenti nel volume

  • Il capitolo dà seguito al programma annunciato alla fine del capitolo 1: rileggere i classici (Durkheim, Marx, Weber) per ancorare sociologicamente il vocabolario prasseologico introdotto da Ortner, Turner e Schatzki.
  • Riprende e risolve in chiave durkheimiana il problema della sameness formulato da Turner nel capitolo 1, mostrando come la condivisione di movimenti e suoni esteriorizzati offra una soluzione empirica alternativa a quella cognitivista e a quella pragmatista.
  • Sviluppa la figura del Träger – già evocata a proposito di Schatzki nel capitolo 1 – come cifra della pratica sociale, rinviandone l'approfondimento (capacità di portare, differenziazione delle risorse e del potere) al capitolo 4.
  • La teoria duale della pratica (trasformazione/riproduzione, performance/idealizzazione) anticipa il confronto tra le "prasseologie durkheimiane" di Bourdieu e Garfinkel oggetto del capitolo 3, esplicitamente indicato in chiusura.
  • Contrappone la "forma di vita rituale" durkheimiana alla "forma di vita" linguistica wittgensteiniana di Schatzki, preparando la rilettura prasseologica di Wittgenstein del capitolo 3 e la critica all'euristica del solo gioco linguistico.
  • Pone le basi per l'analisi del mutamento culturale e dei differenziali di potere (Träger profetici/sacerdotali, secolarizzazione, revisione dei sistemi di classificazione) che il libro affronta nei capitoli 4 e 5.

Autori e correnti

Karl MarxFriedrich EngelsMax WeberÉmile DurkheimMarcel MaussAnne RawlsBruno KarsentiCyril LemieuxSherry OrtnerStephen TurnerTheodore SchatzkiAlfred SchutzWilliam JamesJohn DeweyCharles S. PeirceLouis AlthusserGöran TherbornHannah ArendtDavide NicoliniFrank Hillebrandt